La storia della piada

La Piada

"Sparso era in terra un magro mucchierello di grano: ei (Similo) se ne piglia un mezzo moggio, sedici libbre a peso. Indi si reca alla macina; posa il fido lume sur una mensoletta infissa al muro er quell’uso; libera le braccia dalla tunica, e, cinto di caprine pelli, spazzola prima il mulinello e la conchetta. E poi mani al lavoro, a parti pari: la sinistra porge, la destra gira il mulinello, assiduamente rapida (il grano triturato dalla ruota giù scivola): ogni tanto la sinistra sottenta alla sorella ch’è stanca ed alterna l’opera. Canticchia ora canzoni rustiche e consola la sua fatica. Chiama, a tratti, Scibale… la chiama, e le comanda di buttare legna sul fuoco e di scaldargli un po’ d’acqua. Finita l’opra della macina, con le mani riempie di farina lo staccio e scuote: riman su la crusca e pei fori è una pioggia di sincero fior di farina, che poi tosto ammucchia su una tavola liscia, vi rovescia l’acqua tiepida e impasta acqua e farina. La pasta si fa dura: ei la ripiega di traverso e le forme che s’asciugano sala a spizzico. Leva ed in rotondo stende, al solito, quella massa molle e imprime su ciascun pane una croce. Quindi li mette al focolare (tutto l’aveva mondato Scibale a modino), li ricopre di testi, a fuoco sopra. Or mentre il fuoco ed i testi fanno il loro ufficio, non istà Similo ozioso, ma, non contento del pan solo, sente l’uzzolo di un boccon di companatico. Non avea sulla cappa del camino prosciutti appesi né zamponi: sì qualche forma di cacio attraversata da un fil di giunco per lo mezzo, e un vecchio fascio di crespo abeto che pendeva dal soffitto. Or dunque, provvido, altro buon bocconcino d’erbe si preparava."

Dal poemetto "Moretum" erroneamente attribuito a Virgilio.
Traduzione di Luigi Galante