Il pane fatto in casa
"Noi braccianti non avevamo forno, andavamo a cuocere il pane a casa di qualche contadino vicino a noi, se no andavamo al forno pubblico. Ci prenotavamo prima perché, in un giorno, c’erano tre o quattro persone che dovevano cuocere il pane come noi. Lo portavamo già fatto da casa e ci scaldavano il forno con della canna che, tiravamo indietro in modo che il forno rimaneva bello bianco: ci voleva circa un’ora, poi ci mettevamo dentro il pane. Lo facevamo ogni otto giorni, una sera prima, mia mamma faceva l’ALVADUR nella MATRA: era pasta di pane cruda che metteva a mollo nell’acqua salata, poi mescolava con della farina fino a quando si era fatta una bella palla grande che doveva lievitare la quantità di farina che si aveva: per fare dodici-tredici pezzi di pane ci voleva un ALVADUR di circa due-tre chili. Facevamo "pagnòc", "tir", "ciop" (forme locali di pane); quando i pezzi erano fatti li mettevamo sul tagliere coperti con un mantile bianco e sopra delle altre coperte più grosse. Stava lì un’ora e mezza fino a quando era lievitato e dopo lo portavamo al forno. Quando era cotto lo portavamo a casa sull’asse o nel paniere, ci doveva durare otto giorni, ma delle volte, secondo la fame che avevamo, era finito anche dopo solo sei giorni e allora o andavamo in prestito dai vicini oppure ci facevamo delle piade: erano fatte di niente ! Acqua, sale, farina bianca e le cuocevamo sempre sulla graticola."
Brano tratto da "La memoria del pane. Vicende alimentari di un paese: Sant’Alberto di Ravenna" di M.G.Feletti-S.Pasi Capelli Editore, Bologna, 1981.
