Ecco il ... mio ospite
"Il mio ospite stese al suolo il suo mantello di lana di capra, vi setacciò sopra la farina, la mescolò con l’acqua e il sale, la impastò, ne fece una piccola palla. Quindi la batté sopra una pietra piatta e, spostando sapientemente avanti e indietro gli avambracci nudi, ne fece un disco sottile. Non dimenticherò mai il viso di ’Abed. Vi aleggiava una sorta di ghigno che andava da un orecchio all’altro, era lauto compiacimento di chi, con gesto di artista, sa gettare in alto la pasta e farla diventare sempre più sottile. Per mia fortuna ero ospite di ‘Abed e non degli antichi Egizi, perché costoro usavano lavorare la pasta con i piedi e farla fermentare con la birra. ‘Abed non fece fermentare la pasta, ma la mise al sole a gonfiare. Nel frattempo, aveva acceso sotto il SAG un focherello di sterco di cammello e di sterpi. Prima di porre la pasta sul fondo caldissimo della pentola capovolta, ne staccò un pezzo e lo gettò nel fuoco in segno di offerta. In breve il pane fu pronto. Aveva un diametro di circa 30 cm, era alto 1 cm, non aveva crosta, era morbido, pieghevole e pallido. Con cautela lo assaggiai ancora caldo. La farina non era molto fine né pura, per cui scricchiolava sotto i denti. Era un pane facile da spezzare, tenuto anche conto che la consuetudine vietava di tagliarlo. Una volta, quando era venuto a farmi visita a Tel Aviv, ‘Abed aveva visto il pane tagliato con il coltello e mi aveva chiesto: - È lecito ammazzare il pane? – del resto anche Abramo e Gesù spezzavano il pane con le mani. Dopo averlo ridotto in piccoli pezzi, ‘Abed prese il pane e lo mise in una scodella di terracotta, vi aggiunse del latte cagliato e lo mescolò con burro fuso."
Da E.E.Vardiman "Nomadi" ed. Rusconi, Milano, 1981
